Banche venete, come funzionava lo schema Ponzi

30 giugno 2017

Azioni vendute a chi richiedeva un prestito per ricapitalizzare gli istituti in modo fittizio. Secondo un articolo del Sole 24 Ore, questa variante dello schema Ponzi applicata in Veneto Banca e Popolare Vicenza è stata un’anomalia strutturale per molto tempo ignorata e sottovalutata dai decisori politici e autorità di controllo.

Le due banche a fine 2016 avevano accumulato il 37% di crediti deteriorati, una cifra record. La metà di questi crediti deteriorati sarebbe stata costituita da crediti non restituiti da chi aveva sottoscritto le azioni ora azzerate dalla banca. Questo circuito perverso di finanziamenti durante l’era di Gianni Zonin e Vincenzo Consoli è stato, secondo l’articolo, la fine per i due istituti veneti.

Dal 2008 al 2011, il tasso di crescita dei prestiti è stato molto elevato rispetto al resto del sistema bancario, del 64% per Veneto Banca, del 35% per Popolare Vicenza. Il sistema, che durava da anni, è stato scoperto ed è crollato con le ispezioni “suggerite” dalla Banca centrale europea alla Banca d’Italia a inizio 2015.

Maggiore era il credito, del quale non veniva considerata la rimborsabilità, maggiore la capitalizzazione artificiosa. A prezzi irrealistici per i compratori, scrive il Sole 24 Ore, dati i conti dei due istituti già non proprio stabili dal 2013.

Mentre Zonin è stato visto passeggiare beato in questi giorni per le vie dello shopping di lusso di Milano, come via Montenapoleone, la Procura di Roma disponeva il rinvio a giudizio per l’ex amministratore delegato di Veneto Banca, Vincenzo Consoli, dell’ex presidente Flavio Trinca e di altri nove fra manager e amministratori per le presunte irregolarità nella gestione dell’istituto di credito fra il 2012 e il 2014.

 

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