Lavoro, le falle del modello tedesco (che Germania vuole esportare da noi)

20 luglio 2017

Le riforme del lavoro Hartz portate avanti dal governo socialista di Gerhard Schröder sono state elogiate per anni, anche dal centrosinistra italiano, in quanto alla base del successivo slancio economico della Germania. L’inasprimento del mercato del lavoro, come ha ricordato lo scorso 8 luglio l’Economist, ha sì generato una compressione salariale che “ha rimesso in carreggiata la Germania”, ma al costo di lasciare l’economia “più sbilanciata che mai”.

Nel dettaglio, la spesa per consumi tedesca è rimasta “depressa” con una “quota del Pil detenuta dalle famiglie caduta dal 65% dei primi anni ’90 a un livello pari o al di sotto del 60%”.

Anche gli aspetti sociali interni non sono da sottovalutare. Lo scorso 11 luglio il quotidiano tedesco Die Welt ha riportato i dati elaborati dall’Agenzia Federale del Lavoro, sollecitati dal partito di sinistra tedesco Die Linke. E’ emerso che “le persone coinvolte nel sistema Hartz IV, destinatarie dei relativi sussidi, restano disoccupate sempre più a lungo”, con una durata dell’inattività lavorativa media di 629 giorni, il 13,3% in più rispetto al 2011. Il sistema Hartz IV, lo ricordiamo, istituì un sussidio sociale (intorno ai 300 euro) erogato sia ai disoccupati, sia a beneficio di coloro che, pur avendo un lavoro, hanno entrate mensili basse rispetto alle proprie esigenze. Un sussidio sociale elargito senza limiti di tempo, a differenza del classico sussidio di disoccupazione che interviene dopo il licenziamento.

“La mancanza di prospettive per chi è costretto a richiedere l’Hartz IV è aumentata negli ultimi anni”, ha dichiarato l’esponente della Linke, Sabine Zimmermann.  “Da qualche anno i servizi per facilitare l’integrazione dei disoccupati nel mondo del lavoro hanno subito una drastica riduzione”, scrive Die Welt, “in questo modo il governo federale ha scelto di abbandonare milioni di persone al loro destino”.

Il modello del sussidio Hartz IV si era unito al precedente sdoganamento dei lavori precari in Germania, cui il contributo statale doveva fare da contraltare “sociale”. Secondo i critici del pacchetto di riforme, questo modello ha consentito alle imprese tedesche di moderare il costo del lavoro e incrementare la competitività: a fronte di una paga modesta, infatti, il sostentamento del lavoratore sarebbe stato comunque garantito dal sussidio sociale. Forte di questo sistema, d’altronde, l’occupazione complessiva della Germania è aumentata, anche grazie al boom dei contratti di lavoro atipici.

Il modello tedesco, che ha certamente garantito un surplus esorbitante all’8,3% del Pil unito a una disoccupazione bassissima, è anche alla base di squilibri ben poco virtuosi. Da un lato i lavoratori tedeschi, che percepiscono meno di quanto avrebbero potuto se il reddito disponibile per le famiglie sul Pil fosse rimasto stabile anziché scendere. Dall’altro i concorrenti europei (aziende e dipendenti) che sono costantemente minacciati dalla competitività dei vicini tedeschi, i cui prezzi godono, però, di una svalutazione de facto. Secondo il Fondo monetario internazionale, tale “svalutazione” è compresa fra il 10 e il 20%.

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