“La riforma delle pensioni ha messo i conti al sicuro ma gli assegni sono troppo bassi”

8 gennaio 2018

Le ultime riforme in Italia hanno messo i conti delle pensioni “in sicurezza”; il vero problema, specie in prospettiva, non è solo la sostenibilità del sistema previdenziale, su “cui occorre comunque vigilare”, bensì “l’adeguatezza delle pensioni”. Così Stefano Scarpetta, direttore del dipartimento occupazione, lavori e affari sociali dell’Ocse​, intervistato dall’AGI, giudica la situazione complessiva del sistema previdenziale italiano. “Il vero problema a mio avviso non è solo quello della sostenibilità finanziaria – spiega – ma quello dell’adeguatezza del montante pensionistico. Per diversi motivi, inclusi i periodi di disoccupazione e di inattività, in molti si ritroveranno ad avere un montante pensionistico e quindi una pensione decisamente bassa. I dati che abbiamo a disposizione ci danno un’immagine abbastanza preoccupante, perché anche le generazioni più recenti hanno perso diversi anni contributivi e il sistema previdenziale italiano, una volta a regime, per ogni anno perso, comporterà un livello più basso di pensioni. Dunque, al di là della sostenibilità del sistema, su cui occorrerà sempre tenere un occhio molto vigile, c’è un campo altrettanto importante da verificare che è quello dell’adeguatezza delle pensioni”.

Come valuta l’automatismo che lega in Italia l’età pensionabile alle aspettative di vita?

“È una misura necessaria anche perché in Italia la media della spesa pensionistica rispetto al Pil è doppia rispetto alla media dell’Ocse e le aspettative di vita sono decisamente piu’ alte rispetto alla media degli altri Paesi Ocse. Oggi ci sono un po’ meno di 4 persone over 65 anni per ogni 10 persone in età lavorativa e quindi sotto i 64 anni. Nel 2050 ci aspettiamo un raddoppio di questo rapporto, circa 7 over 65 per ogni 10 persone sotto i 64 anni. È quindi inevitabile tener conto delle aspettative nell’età pensionabile per avere i conti pubblici sotto controllo. Devo dire che l’Italia non è la sola ad aver fatto questa scelta, perché la Danimarca, la Finlandia, i Paesi Bassi, il Portogallo, la Slovacchia, sono tutti Paesi che anche loro hanno legato in maniera automatica l’età pensionabile alle aspettative di vita. Altri Paesi hanno lasciato al Governo, al Parlamento un maggior margine di discrezionalità da questo punto di vista”. 

Come giudica le modifiche introdotte dal governo in legge di bilancio e in particolare l’esenzione dell’automatismo per numerose categorie di lavori gravosi?

“Ovviamente c’è un problema per chi ha cominciato a lavorare molto presto e per i lavori gravosi. In questi casi l’uscita anticipata dal mondo del lavoro può essere un’opzione da considerare e viene chiamata Ape sociale. Il problema è quello di definire in maniera molto chiara quali sono le condizioni di accesso a questa prospettiva di pensionamento anticipato e quello di descrivere in modo molto dettagliato la gravosità dei lavori compiuti. C’è sempre il rischio che poi certe definizioni non siamo così chiare e tra le domande che ha ricevuto l’Inps mi sembra che molte non siano state accolte proprio per questo motivo. È dunque una misura che deve assolutamente essere considerata ma che rischia di creare aspettative che poi non possono essere soddisfatte, perché le condizioni devono per forza essere stringenti, altrimenti si rischia di riaprire il capitolo dei pensionamenti anticipati”.

L’Italia è un Paese che ha l’età pensionabile tra le più alte del mondo e c’è poca gradualità per arrivare ai 67 anni. Pensa che si debbano introdurre ulteriori misure per aumentare la flessibilità in uscita?

La flessibilità c’è già nel sistema perché si può andare in pensione anche con un certo numero di anni di contributi, che però sono elevati. C’è poi l’Ape finanziaria, quella che prevede un’uscita in anticipo e il rimborso con un prestito di questo sconto sugli anni di pensione. In pratica si è introdotto uno strumento di flessibilità che consente di non toccare l’equilibrio dei conti. Tuttavia bisogna fare attenzione al fatto che questo adeguamento del montante pensionistico che consente di andare in pensione prima non introduca comportamenti un po’ miopi, nel senso che bisogna spiegare bene certi meccanismi ai lavoratori, i quali si devono rendere conto che, se vogliono andare in pensione prima, riceveranno una pensione più bassa e che questo probabilmente non gli consentirà di mantenere lo stesso stile di vita di prima. Occorre perciò legare queste misure a una campagna di informazione adeguata”. 

Cosa si può fare per incrementare le pensioni part-time e l’abbinamento pensione parziale-attività lavorativa?

“Occorre tener conto del fatto che in Italia sono poche le persone che percepiscono la pensione e continuano a lavorare a tempo parziale. Creare dei meccanismi affinché questo possa avvenire mi sembra una cosa importante. L’idea che ancora prevale in Italia è che prima si lavora, magari a tempo pieno, e poi di colpo si va in pensione e non si lavora più. Invece la società sta cambiando, aumentano le aspettative di vita, migliora lo stato di salute delle persone, il mercato del lavoro si evolve e con la rivoluzione digitale consente anche di lavorare da casa e di accettare forme di lavoro a tempo parziale. Introdurre questa opzione di un pensionamento graduale abbinato all’attività lavorativa è qualcosa che la tecnologia ci consente ora di fare. Per cui le persone possono cominciare a lavorare più tardi nel corso della giornata e anche lavorare in forme diverse, pur percependo la pensione, è un’opportunità da valutare seriamente, perché secondo me è anche quello che molti lavoratori anziani sarebbero disposti a fare. Sarebbe una passerella più dolce per passare dall’attività lavorativa alla pensione. E su questo terreno c’è sicuramente molto da fare e l’Italia è indietro”.

In che direzione occorre lavorare di più in Italia per mantenere l’equilibrio dei conti pubblici e introdurre una maggiore flessibilità del mercato del lavoro e delle pensioni?

“Diciamo che in Italia le ultime riforme, soprattutto quella più recente, hanno messo i conti in sicurezza. Una volta a regime è previsto un sistema nazionale contributivo, per cui la pensione sarà legata direttamente ai contributi versati. A questo punto il vero problema, a mio avviso, non è solo quello della sostenibilità finanziaria, che comunque è fondamentale, ma quello dell’adeguatezza del montante pensionistico. Per diversi motivi, inclusi i periodi di disoccupazione e di inattività, in molti si ritroveranno ad avere un montante pensionistico e quindi una pensione decisamente bassa. I dati che abbiamo a disposizione ci danno un’immagine abbastanza preoccupante perché anche le generazioni piu’ recenti hanno perso diversi anni contributivi e il sistema previdenziale italiano, una volta a regime, per ogni anno perso, comporterà un livello più basso delle pensioni. Dunque, anche attraverso gli adeguamenti automatici al di là della sostenibilità del sistema, su cui occorrerà sempre tenere un occhio molto vigile, c’è un campo altrettante importante da verificare che è quello dell’adeguatezza delle pensioni”. 

 “Perciò – prosegue Scarpetta – occorre assolutamente lavorare sull’occupazione e sull’occupabilità delle persone, soprattutto quelle più anziane per cui mantenere il posto di lavoro diventa più difficile. Occorrono misure ben focalizzate sul mantenimento del posto di lavoro ma anche misure di sostegno per i lavoratori con competenze più basse, che hanno piu’ difficoltà a mantenere i posti di lavoro fino all’età del pensionamento”.

Se lei avesse un figlio o un nipote in Italia sarebbe preoccupato, visto che l’Ocse prevede che andrà in pensione oltre i 71 anni?

“La domanda va contestualizzata. L’aumento dell’età di pensionamento è legata all’aumento della longevità. I nati a partire dal 1996, nell’arco di 50 anni, vedranno l’età di pensionamento salire a 71 anni per l’aumento delle aspettative di vita. Intanto va detto che c’è un dato positivo, che è il fatto che vivremo più a lungo. Poi va tenuto conto che l’Italia ha legato la pensione di vecchiaia all’aumento delle aspettative di vita, altri Paesi non l’hanno fatto, o hanno scelto percorsi più graduali. L’Italia è anche tra i Paesi in cui l’invecchiamento della popolazione è più rapido e in cui la spesa pensionistica in rapporto al Pil è la più elevata. La scommessa è perciò quella di contenere la spesa pubblica e, nello stesso tempo, di garantire le condizioni affinché chi raggiunge un’età avanzata possa continuare a lavorare. Non è un problema da poco: si vivrà più a lungo come pensionati ma anche con pensioni più basse, perché quello italiano è un sistema che, quando andrà completamente a regime, equipara le pensioni da erogare ai contributi versati e distribuirà il montante pensionistico accumulato su un periodo di pensionamento più lungo”.

È pensabile un patto generazionale che permetta ai giovani di avere più possibilità di lavoro e agli anziani di vivere dignitosamente con la loro pensione?

“Bisogna vedere cosa s’intende per patto generazionale. Se s’intende un pensionamento anticipato dei lavoratori più anziani, per far posto ai più giovani, in base all’esperienza del passato, possiamo dire che un’ipotesi del genere non funziona, non ha mai funzionato. E questo per un semplice motivo: se le persone vengono mandate in pensione anticipatamente, poi bisogna finanziare queste pensioni e chi dovrà farlo sono quelli che sono ancora sul mercato del lavoro, il che molto spesso significa aumentare le contribuzioni, con un effetto negativo sul costo del lavoro, che si ritorce contro l’obiettivo di creare più posti di lavoro per i giovani. Inoltre non c’è mai un numero di posti lavoro fissi. I Paesi che in realtà hanno tassi di partecipazione più alti degli anziani e dei giovani sul mercato del lavoro sono quelli che sono riusciti a coniugare tassi di crescita economica più sostenuti con un contenimento delle tasse sul costo del lavoro”.

fonte: http://www.agi.it/economia/rss

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