Attenti alla FED: rischia di far deragliare il bull market

11 gennaio 2018

La previsione di tre rialzi dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve nel 2018 mette a rischio le prospettive dell’azionario nel 2018?

La prospettiva di tre rialzi dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve nel 2018 mette seriamente a rischio le possibilità di una prosecuzione del bull market dell’azionario.

La Fed minaccia l’azionario?

E’ quanto affermato in un’intervista di oggi all’emittente CNBC da Michael Yoshikami, esperto d’investimenti e CEO di Destination Wealth Management, secondo il quale i mercati hanno prezzato allo stato attuale solo due ritocchi del costo del denaro e una normalizzazione più rapida sarebbe “problematica”.

Una previsione che tiene conto delle ultime indicazioni giunte da alcuni membri della Federal Open Market Committee, il braccio monetario della banca centrale americana.

Attenti ai falchi

Uno di essi, la presidente della Fed di Cleveland Loretta Mester, ha dichiarato di considerare appropriati tre o quattro rialzi dei tassi nel corso dei prossimi 12 mesi, e per Yoshikami questa eventualità rappresenta una delle più serie minacce all’ottimismo ancora dominante soprattutto sui tre principali indici americani — il Dow Jones industrial average, l’S&P 500 e il Nasdaq composite — che dopo aver hanno messo in fila ripetuti record storici hanno aperto con un’intonazione positiva anche il 2018.

“E’ uno dei fattori che stiamo monitorando con molta attenzione” ha avvertito il gestore, “e che potrebbe produrre una correzione dell’attuale corsa al rialzo degli indici”.

Un melt-up del 30% in arrivo?

Una lettura sulle prospettive dell’equity molto diversa da quella fornita sempre oggi da una leggenda degli investimenti, Ben Miller, convinto che l’attuale risalita dei rendimenti obbligazionari potrebbe provocare una nuova spirale rialzista per i mercati.

Commentando il selloff in corso sul mercato dei bond, che ha portato il rendimento dei decennali USA sopra il 2,5%, il fondatore di Value Partners ha spiegato che un ulteriore allungo degli yield dei T-Note americani sopra quota 2,6% e un avvicinamento all’area del 3% potrebbe innescare per l’azionario un “melt-up” – una fase di accelerazione nella quale gli investitori si dirigono verso un asset per paura di perdere un’occasione di guadagni – nell’ordine del 30%, sulla falsariga di quanto accaduto in una situazione simile nel 2013.

Fuga verso l’equity?

In quell’anno, ha ricordato Miller, – celebre per aver ottenuto per 15 anni di fila una performance superiore a quella dello S&P 500 durante la sua permanenza ai vertici dell’asset manager Legg Mason – gli investitori cominciarono a registrare perdite nel mercato obbligazionario, cosa che li portò a “togliere il loro denaro dai fondi obbligazionari e metterlo nei fondi di equity”.

Altro fattore di spinta per i titoli azionari potrebbe essere rappresentato inoltre secondo Miller dall’abbassamento della corporate tax deciso dal Congresso USA, “probabilmente già prezzato in parte dal mercato, ma forse non del tutto”.

Melt-up: premessa di un crash del mercato?

E sempre a proposito di melt-up, segnaliamo infine che la scorsa scorsa settimana un altro noto investitore, il fondatore di GMO Jeremy Grantham, aveva avvertito che proprio l’eventuale verificarsi di questa condizione di mercato confermerebbe che l’azionario si trova in una “classica bolla”, e dunque soggetto al serio rischio di un prossimo pesante selloff.

In un’intervista al Financial Times, Grantham, celebre per aver previsto la bolla delle dotcom e quella immobiliare, ha dichiarato che “si stanno intravedendo segnali di una fase di melt-up o di esplosione di un mercato toro che dura da tempo“, e che potrebbe terminare “in un arco temporale compreso tra i prossimi sei mesi-e due anni“.

fonte: http://www.trend-online.com/prp/rss.xml

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