Cosa chiede l’Italia delle startup ai partiti per far volare l’innovazione (e il Paese)

5 febbraio 2018

Dopo cinque anni di politiche sulle startup, i principali protagonisti dell’ecosistema dell’innovazione si riuniranno il 5 febbraio a Roma dove proporranno ai rappresentanti dei partiti candidati a governare il Paese alcune azioni necessarie a far crescere un settore dell’economia italiana di cui molto si è parlato in questi anni, qualcosa è stato fatto, ma che stenta a crescere a differenza di quanto avviene nel resto d’Europa. 

Allo Startup Day, organizzato da Agi che si terrà al Tempio di Adriano alle 11.00, saranno presenti i dirigenti dei maggiori fondi di investimento, associazioni di investitori e acceleratori di startup italiani. 40 protagonisti, tra cui è prevista la partecipazione del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. . 

Sei anni fa il fenomeno delle startup cominciava a strutturarsi in tutta Europa. Allora Paesi come la Francia, la Spagna, e in qualche misura anche la Germania partivano da condizioni simili. Ma oggi mentre in quei Paesi si investono in aziende innovative, capaci di generare fatturato e posti di lavoro altamente qualificati, miliardi di euro, in Italia gli investimenti sono rimasti ancorati intorno ai cento milioni l’anno, 110 nel 2017. Per ovviare allo stallo della crescita di queste imprese, e degli investimenti, gli operatori incontreranno i rappresentanti delle istituzioni per proporre soluzioni. Già, ma quali? 

Mizzi (Principia): “Perché credo che l’innovazione sia un’emergenza nazionale”

In questi giorni Agi ha provato a capire quali saranno i temi che verranno discussi al tavolo, ascoltando i protagonisti. Tra loro ci sarà Salvo Mizzi, ex amministratore delegato di Invitalia Ventures, passato lo scorso novembre a Principia Sgr come general partner, che è stato il primo ad coniare la definizione di innovazione come “emergenza nazionale”: “per me il bilancio di questi cinque anni è sicuramente negativo, servono azioni concrete, fatti: in numeri 5 miliardi di investimenti in innovazione nei prossimi 5 anni”. 

Mizzi rappresenta un sentimento piuttosto diffuso tra gli operatori di venture capital in Italia. Che chiedono al legislatore e alle istituzioni di adottare degli strumenti che facilitino gli investimenti in startup, come un fondo di investimento che faccia da supporto agli investimenti degli operatori istituzionali di venture capital, così da portare maggiori soldi alle aziende, e consentirne una crescita di mercato più solida e proficua. 

Dettori (Primomiglio): “Aumentare gli investimenti è più facile di quanto si pensi”

A Mizzi fa eco Gianluca Dettori, che è uno dei protagonisti storici dell’innovazione in Italia, fondatore di Barcamper venture e Dpixel, presidente di Primomiglio, chiede che le istituzioni abbiano “un atteggiamento diverso rispetto all’innovazione, cominciando a vederne l’importanza la necessità e beneficio per tutta l’infrastruttura economica dell’Italia in termini economici”.

Anche se gli investimenti in startup sono una piccola cosa tra i beni strategici di una nazione, ci sono istituzioni come le fondazioni che “dispongono di patrimoni per 50 miliardi, enti previdenziali per 330 miliardi, il risparmio privato elevatissimo” e non sarebbe impossibile “mettere insieme tre miliardi di euro per l’innovazione tecnologica italiana, mi sembra un obiettivo raggiungibile”. Eppure finora non è stato fatto poco, o nulla.

Boni (360 Capital Partners): “Profondamente deluso, curioso di vedere cosa vogliono fare le forze politiche”

“Profondamente deluso per quello che è stato fatto, ovvero poco o niente”, si dice Fausto Boni, general partner di 360 Capital Partners. “Il governo ha parlato più del solito di startup ma i dati dicono che l’innovazione non è una priorità”. La bocciatura della proposta che destinava ai venture capital il 3% del Pir “ne è stata l’ennesima prova”. Boni critica “le aziende pubbliche, che se ne fregano dell’innovazione preferendo buttare soldi dalla finestra in Silicon Valley o in Israele e tenendo in piedi giganteschi carrozzoni”.

E si rivolge anche agli investitori istituzionali, che “ignorano completamente il settore e non mostrano nemmeno curiosità per cercare di capirlo”. In vista dello Startup Day Boni spera che non siano gli addetti ai lavori a ribadire quello che “ripetiamo da anni”: “Vorrei che fossero le forze politiche a dirci che cosa intendono fare”.

Se gli operatori di venture capital sono piuttosto concordi nella delusione per quello che è stato fatto per fare aumentare gli investimenti, meno critici invece sono i rappresentati delle associazioni delle startup, meno critici invece sono i rappresentanti delle associazioni di startup e delle istituzioni. E qui sembra delinearsi una linea piuttosto netta tra le posizioni che verranno rappresentate. 

Scalera (Mef): “Serve un fondo di investimento con logica da venture capital”

Per Stefano Scalera, consigliere del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan “quando ci confrontiamo con altri Paesi occorre ricordare che il nostro tessuto di Pmi è rappresentato per un 67% da imprese individuali. Gli strumenti tipici di mercato per la crescita, e quelli introdotti da questo governo, non trovano applicazione se la piccola impresa non ha una forma societaria.

Bene quindi il tema delle startup e delle Pmi innovative, la stabilizzazione del credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo”. Ma non basta. Per Scalera serve “un fondo di investimento, gestito con logica del venture capital e alimentato da risorse pubbliche che co-investa in iniziative provenienti dai ricercatori CNR e universitari italiani”.

Cantamessa (I3P): “Sicuri che abbiamo persone capaci a gestire denaro?”

Marco Cantamessa, professore del Politecnico di Torino, reclama la centralità degli atenei, che oggi contribuiscono alla nascita del 20% delle startup italiane. Oggi la loro attività dipende da singole università e docenti, mentre servirebbe “un quadro unitario” che “favorisca l’imprenditorialità accademica, lasci libertà di sperimentare nuove forme di didattica, esenti gli incubatori pubblici dalla legge Madia e non impedisca agli atenei di collaborare con le proprie spinoff”.

Per Cantamessa le norme in favore delle startup “sono state un successo”. I difetti dell’ecosistema sarebbero altrove: “Le imprese italiane esprimono una domanda di innovazione molto debole e lenta e con le società innovative fanno fatica a passare dal contatto al contratto”.

Ci sono troppe piccole imprese “gestite in modo arcaico”, “grandi gruppi poco dinamici” e “un atteggiamento culturale che rimpiange il passato, mira a preservare il presente e non a costruire il futuro”. La penuria di capitali è un problema. Ma, si chiede Cantamessa, “siamo sicuri di avere abbastanza persone capaci di gestire una massa di denaro importante? Se un tubo è bloccato, io proverei a sturarlo a valle e non aumenterei la pressione dell’acqua a monte”.

Donadon (H-Fam): “Il problema è generazionale”

Riccardo Donadon, amministratore delegato di H-Farm, elogia il lavoro fatto in questi anni per “per rendere digitale la macchina dello Stato, ma troppo poco verso lo sviluppo dell’economia”. Per spingere l’ecosistema serve però il contributo di tutti, dalle imprese agli investitori istituzionali:

“Se le vecchie generazioni non sono a disposte a rinunciare al proprio stato sociale per i propri figli, inevitabilmente questa è una società che non ha futuro. Se non aiuti chi ha voglia di fare, di immaginare e di costruire il proprio futuro dove è nato, non ha più nessun diritto di chiedergli di contribuire alla crescita di questo Paese”.

Gay (Digital Magics): “Basta startup fenomeno di costume”

“Ancora troppo spesso si considerano le startup come un fenomeno di costume e non come economia reale”. Marco Gay, amministratore delegato dell’incubatore Digital Magics, è invece convinto che sia “un’industria capace di crescere in maniera esponenziale e creare valore per un’economia matura come la nostra”.

Il modello, afferma Gay (che interverrà il 5 febbraio allo Startup Day organizzato da Agi), è la Francia e il suo sostegno all mondo dell’innovazione: “I nostri cugini hanno dimostrato che startup e ricerca devono essere punti cardine di un Paese serio e moderno”. Anche in Italia ci sono stati alcuni passi avanti. Ma “serve più coraggio, perchè la strada è giusta ma bisogna percorrerla velocemente”.

Come? “Usando l’equity come acceleratore di crescita, stimolare ricerca e sviluppo con un credito d’imposta per chi investe in startup e puntare sulle competenze per valorizzare il capitale più importante, quello umano”.

Bicocchi Pichi (Italia Startup): “Bene è stato fatto finora”

Che la legislazione sulle startup abbia fatto bene è la convinzione di Marco Bicocchi Pichi, presidente di Italia Startup, la più grande associazione di startup italiane: “L’ecosistema Italiano ha fatto indubbi progressi negli ultimi anni ed ha raccolto alcuni successi, ma la dinamica dei mercati mondiali è stata molto più forte e possiamo parlare numeri alla mano di emergenza riguardo agli investimenti in capitale di rischio. Rischiamo di aver creato un vivaio di piantine che rischiano di morire”, spiega Bicocchi Pichi, che conclude parafrasando John Fitzgerald Kennedy: “Non chiediamoci cosa possono fare i partiti per gli innovatori ma chiediamoci cosa devono fare gli innovatori per costruire intorno a sé il consenso democratico a politiche per l’innovazione”. 

Mezzotero: “Creaimo un fondo da un miliardo e incoraggiamo i privati”

Una posizione ancora diversa è quella assunta dai business angels, con Aurelio Mezzotero, manager di Italian Angels for Growth, convinto che se nei prossimi tre anni anni l’Italia non raggiungerà i 2 miliardi di investimenti in startup, rischia di rimanere fuori dal panorama mondiale dell’innovazione.”Bisogna creare un fondo di fondi pubblici dedicato, con dotazione di 1 miliardo di euro e incoraggiare i privati di investire l’altro miliardo di euro dai fondi previdenziali o altri soggetti istituzionali, ma anche dall’estero”, ha detto Mezzotero che poi conclude.

Rocchietti: “Cdp non ha mai risposto alle nostre richieste d’aiuto”

E più attenzione verso gli angels. Giancarlo Rocchietti, presidente del gruppo di business angels Club degli Investitori, accusa che “Il governo ha aiutato le banche con il fondo di garanzia e i fondi di venture capital attraverso il fondo di fondi della Cassa depositi e prestiti. Insieme agli altri network di angel abbiamo chiesto più volte alla Cdp di attivare un fondo di coivenstimento con gli Angel, così come fatto negli altri paesi europei , ma solo promesse e nulla è stato fatto”.

La sfida sarà trovare una sintesi delle varie richieste. Ma domani si comincerà a capire quale sarà il peso dell’innovazione nel piano per l’Italia della prossima legislatura.

 

fonte: http://www.agi.it/economia/rss

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