Tra dollaro e commodity

10 febbraio 2018

Non tutte le ciambelle riescono col buco, tantomeno sui mercati.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, tantomeno sui mercati. Relazioni consolidate si sbriciolano miseramente, correlazioni intermarket sono messe in discussione, con i poveri investitori che si muovono sempre più disorientati.

Prendiamo un confronto consolidato: quello fra dollaro e materie prime. Poiché quasi tutte le commodity sono tradizionalmente quotate in dollari, la debolezza del biglietto verde tende ad essere associata all’irrobustimento degli indici come il CRB Index o il Thomson-Reuters Commodity Index. E viceversa: quando la divisa USA mostra i muscoli, petrolio, oro si muovono in direzione opposta.

Ma è sempre così? Non diremmo: nel 2017, ad esempio, il Bloomberg Dollar Index è precipitato dell’8%, ma ciò non ha fornito alcun beneficio alle materie prime: il già citato TR Commodity Index ha chiuso l’anno pressoché immutato, il Goldman Sachs Commodity Index ha messo a segno una performance generosa soltanto grazie alla maggiore ponderazione garantito alle fonti di energia.

Per capire una volta per tutte se sussiste effettivamente una relazione inversa fra dollaro e materie prime, dobbiamo affidarci alla statistica. Nel momento in cui i guru cercando di bianchettare improbabili previsioni di una «parità imminente» fra euro e dollaro, con le prime proiezioni istituzionali di euro a 1.30 dollari diventa necessario comprendere se e in quale misura la vitalità della divisa comune europea possa tradursi in rialzo (ulteriore) delle materie prime.

La figura mostra tutte le coppie di valori settimanali [Euro/Dollaro; performance delle commodity un anno dopo] calcolabili dal 1995 all’inizio del 2017; per complessive 1200 rilevazioni.

In linea teorica, ad uno spostamento sulla linea orizzontale – valore crescente dell’euro contro dollaro – dovrebbe corrispondere una maggiore performance prospettica delle materie prime: tendenzialmente la nostra “nuvola” dovrebbe avere una inclinazione positiva.

Invece la retta di regressione, che approssima al meglio le coppie di punti, risulta piatta come una frittata. Non a caso, il coefficiente di correlazione è virtualmente nullo: perlomeno negli ultimi 23 anni, il rapporto di cambio in questione, e dunque in parole povere il dollaro, non spiega la performance successiva delle materie prime. Lavorare sull’Eur/Usd per formulare previsioni future sulle sorti delle materie prime, potrebbe non rivelarsi un’idea azzeccata.

fonte: http://www.trend-online.com/al/rss.xml

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