Inflazione Usa: mercati in altalena, compresa Wall Street

15 febbraio 2018

Non solo il costo della vita, a far spaventare è anche il dato sulle vendite al dettaglio. Inaspettatamente in calo.

Non solo il costo della vita, a far spaventare è anche il dato sulle vendite al dettaglio. Inaspettatamente in calo.

La tempesta dell’inflazione

Quello che si è abbattuto sui mercati in queste ore è un piccolo uragano (per ora) che potrebbe portare a grandi conseguenze nel futuro. A scatenare il tutto è stato il dato riguardante l’inflazione statunitense: 0,5% a livello mensile, invece del consenus a 0,3% mentre su base annuale si arriva a 2,1%, in questo caso rispettando le previsioni. Un accelerazione che non è stata presa bene dai titoli di stato a stelle e strisce, in particolare dai decennali che hanno registrato un rendimento al 2,88% (il massimo da 4 anni a questa parte), per poi retrocedere, ma solo di poco, al 2,86% mentre il biennale è arrivato a 2,172%. Anche il biglietto verde ha accusato il colpo rinforzandosi nel cross con l’euro a 1,23 dopo aver sfiorato quota 1,24. Sullo sfondo del dato dell’inflazione resta quello delle vendite al dettaglio: a fronte di previsioni che parlavano di un saldo mensile per gennaio in aumento dello 0,2%, si è invece dovuto registrare un calo dello 0,3%, risultato che, per la maggior parte degli analisti, per quanto deludente, resta comunque momentaneo. 

La reazione di Wall Street

Una delusione che ha però portato subito i futures sugli indici Usa in negativo e, in seconda battuta, con l’apertura dei mercati, ad un calo generalizzato del Dow Jones (-0,34%) dell’S&p 500 (- 0,3%) e del Nasdaq(-0,23%) a nemmeno 20 minuti dall’apertura, salvo poi riprendersi durante le successive fasi dele contrattazioni. L’onda d’urto si è comunque avvertita anche in Europa ma in maniera minore, o per lo meno con una intensità tale da permettere una immediata ripresa. Poco dopo le 16, infatti, il Ftse Mib, maglia rosa in Europa, correva sui 22.385 punti, con un rialzo dell’ 1,55%, seguito a ruota dallo 0,83% del Ftse 100 dallo 0,78% del Cac 40 di Parigi e dal meno entusiasmante, ma pur sempre positivo, 0,6% del Dax di Francoforte. A dare una mano, senza dubbio, il dato sul Pil di Ue ed Eurozona, entrambi positivi (compreso il risultato dell’Italia) con il Belpaese che vanta una crescita del Pil pari a 1,5% per l’intero 2017, il dato migliore dal 2011 ad oggi, dato che, però, la relega ugualmente agli ultimi posti della classifica europea.

In attesa della Fed

L’attenzione, adesso, si sposta a marzo verso la prossima riunione della Fed prevista tra il 20 e il 21 e che vedrà all’opera anche il nuovo governatore Jerome Powell con tanto di conferenza stampa e pubblicazione delle previsioni economiche.

Nell’attesa, quindi, aumenta il rischio di un inasprimento della volatilità sui mercati e di un aumento del numero dei rialzi dei tassi da parte della banca centrale. L’evento potrebbe essere favorito anche dalla disoccupazione ai minimi da oltre 17 anni e dall’impatto sull’economia che presto potrebbe arrivare dalla riforma fiscale, comprendendo in questo anche il rientro dei capitali dall’estero da parte delle multinazionali. Partendo da tutti questi ingredienti è facile ipotizzare che contro le tre strette preannunciate, si potrebbe avere anche un quarto intervento causato proprio non solo dai risultati più solidi del previsto e dall’apporto delle variabili sopra citate ma anche da quell’aumento dei salari medi (2,9%) reso noto proprio nei giorni scorsi.

fonte: http://www.trend-online.com/prp/rss.xml

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