Asili, rifiuti e bus: ecco quanto sono aumentate realmente le tariffe locali

21 maggio 2018

Sebbene dal 2015 le Regioni e gli enti locali non possano più aumentare le tasse locali per le tasche degli italiani le cose non sono migliorate.

Anzi, segnala una ricerca della Cgia di Mestre, in alcuni casi la situazione è forse peggiorata, visto che in questi ultimi 3 anni le tariffe dei servizi pubblici erogati dagli enti locali sono aumentate del 5,6 per cento, vale a dire oltre 3 volte la crescita dell’inflazione.

“Con lo stop agli aumenti della tasse locali – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi dell’organizzazione mestrina, Paolo Zabeo – molti amministratori hanno continuato ad alimentare le proprie entrate agendo sulla leva tariffaria, incrementando le bollette della raccolta dei rifiuti, dell’acqua, le rette degli asili, delle mense e i biglietti del bus. E tutto ciò, senza gravare sul carico fiscale generale, visto che i rincari delle tariffe, a differenza degli aumenti delle tasse locali, non concorrono ad appesantire la nostra pressione fiscale, anche se in modo altrettanto fastidioso contribuiscono ad alleggerire i portafogli di tutti noi”.

Tra il 2015 e i primi 4 mesi di quest’anno, le principali tariffe amministrative applicate dai comuni (certificati di nascita, matrimonio/morte) sono aumentate dell’88,3 per cento.

Quelle applicate dalle società controllate da questi enti territoriali per la fornitura dell’acqua, invece, hanno subito un incremento del 13,9 per cento, quelle della scuola dell’infanzia del 5,1 per cento, le mense scolastiche del 4,5 per cento, il trasporto urbano del 2 per cento e i rifiuti dell’1,7 per cento. L’inflazione, invece, sempre in questo periodo è salita solo dell’1,7 per cento.

“Sebbene da qualche anno ai Comuni siano stati alleggeriti i vincoli di bilancio grazie al superamento del Patto di stabilità interno e abbiano potuto contare su importanti aumenti tariffari – afferma il segretario della Cgia, Renato Mason – le risorse a disposizione dei sindaci risultano ancora insufficienti per rilanciare gli investimenti e le manutenzioni pubbliche. Misure, queste ultime, che sono indispensabili per ridare fiato all’economia locale e, conseguentemente, al mondo delle piccole imprese”.

Con molte meno risorse a disposizione a seguito dei tagli ai trasferimenti, sindaci e governatori, almeno fino al 2015, hanno reagito agendo sulla leva fiscale. Successivamente, grazie al blocco delle tasse locali imposto dal Governo Renzi, molti amministratori si sono “difesi” rincarando le tariffe e/o riducendo la qualità e la quantità dei servizi offerti ai cittadini.

A testimoniare la bassa qualità dei servizi pubblici offerti dalla nostra pubblica amministrazione è anche un’indagine elaborata dall’Ue. Su 23 Paesi analizzati, l’Italia si colloca al 17esimo posto per livello di qualità della nostra Pubblica amministrazione.

Oltre ai dati medi nazionali, l’indagine verifica anche le performance di ben 206 realtà territoriali. E tra le migliori 30 regioni europee, purtroppo, non c’è nessuna amministrazione pubblica del nostro Paese.

La prima, ovvero la Provincia autonoma di Trento, si colloca al 36esimo posto della classifica general, seguita dalla Provincia autonoma di Bolzano al 39esimo, Valle d’Aosta al 72esimo e Friuli Venezia Giulia al 98esimo. Pesantissima la situazione che si verifica al Sud: ben 7 regioni del Mezzogiorno si collocano nelle ultime 30 posizioni: la Sardegna al 178esimo posto, la Basilicata al 182esimo, la Sicilia al 185esimo, la Puglia al 188esimo, il Molise al 191esimo, la Calabria al 193esimo e la Campania al 202esimo posto. Solo Ege (Turchia), Yugozapaden (Bulgaria), Istanbul (Turchia) e Bati Anadolu (Turchia), presentano uno score peggiore della Pa campana.

Tra le realtà meno virtuose troviamo anche una regione del Centro, vale a dire il Lazio, che si piazza al 184esimo posto della graduatoria generale. Anche l’Ocse, nel suo “Rapporto economico sull’Italia” del 2017, evidenzia che il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione italiana ha effetti molto negativi sulle performance di chi fa impresa, sugli investimenti e sulla crescita della produttività. L’indagine dimostra infatti che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone con una più efficiente amministrazione pubblica e sottolinea come nel Sud la situazione abbia raggiunto livelli di criticità molto preoccupanti. 

fonte: http://www.agi.it/economia/rss

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