Il Cnel è quella cosa che tutti vogliono abolire, ma nessuno ci riesce

21 maggio 2018

Con una certa cadenza, torna nel dibattito politico il tema della soppressione del Cnel, che doveva essere già abolito con il referendum sulla riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi il 4 dicembre del 2016 ma che venne salvato dalla vittoria dei No.

Nel testo si prevedeva l’abrogazione dell’articolo 99 della Costituzione, cioè quello con cui si regolamenta il Cnel, spiegando le sue funzioni e la sua composizione. “Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è soppresso”, si leggeva in particolare nel testo della riforma costituzionale.

Salvato dal fallimento del referendum di Renzi

Dopo la vittoria dei No, il Cnel è rimasto in piedi. Eppure in campagna elettorale, il M5S aveva proposto il suo ‘funerale’ tra i punti del programma Affari Costituzionali, spiegando che per eliminarlo fosse sufficiente una legge costituzionale di poche righe. Nessun cenno invece nel programma della Lega.

Ad ogni modo, il Cnel risulta tuttora più vivo che mai, se si considera che proprio nel marzo scorso c’è stata un’infornata di 48 nuovi consiglieri. Arrivati a questo punto, la sua abolizione è tornata ad essere inserita, stavolta nel programma che il M5S e la Lega, in trattativa per il nuovo Governo, hanno stipulato.

Si tratta di un tema ormai ricorrente nella politica italiana e derivante dal fatto che il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro viene considerato a tutt’oggi agli occhi dell’opinione pubblica un vero e proprio carrozzone di Stato, non essendo riuscito ad assumere la funzione che gli era stata assegnata, ossia quella di rappresentare una vera e propria cerniera tra interessi e istituzioni, tra economia e politica.

Quanto costa

Una sorta di “pensatoio alto” che però fino al 2015 è costata al bilancio dello Stato e quindi dei contribuenti italiani, la bellezza di 19 milioni l’anno, sostiene il Sole 24 Ore che fa il calcolo della dotazione di fondi pubblici messi a disposizione per il suo funzionamento: dagli uffici del presidente e il consiglio di presidenza (500 mila euro) ai compensiper il portavoce e il personale di supporto più gli 80 dipendenti a tempo indeterminato di cui 7 dirigenti. Solo il costo annuo del personale vale 7 milioni di euro. A questa cifra poi vanno sommati i costi per i 64 consiglieri del Cnel e i due vicepresidenti. Ogni consigliere (tutti esponenti del mondo dell’associazionismo imprenditoriale e sindacale) percepisce un’indennità annua di 25 mila euro (41 mila i due vicepresidenti). 

Dal 2015, scrive il Fatto Quotidiano, le cose sono cambiate: consiglieri ridotti a 64 e il consuntivo di 8,7 milioni. Da quell’anno, come ha deciso la Legge di stabilità, sono state infatti cancellate tutte le indennità, i rimborsi spese e i soldi per le varie attività.

E dire che era nato con le migliori intenzioni…

La sua nascita risale a più di cento anni fa quando si chiamava Consiglio Superiore del Lavoro: dopo l’Unità d’Italia, erano stati infatti istituiti i Consigli Superiori in qualità di enti preposti ad aiutare da un punto di vista tecnico i responsabili dei vari dicasteri. Erano poi stati Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti a dare impulso al nuovo organismo, un’assemblea nata nel 1903 che nel ventennio della sua esistenza svolse un ruolo incisivo nel promuovere leggi di forte impatto dal punto di vista sociale.

Il CSL venne poi soppresso da Benito Mussolini. Dopo la caduta del fascismo, e con il cambiamento del quadro politico, venne a maturare la nuova Costituzione, che appunto all’articolo 99 prevedeva la nascita del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, visto come un organo ausiliario nei confronti del governo e del Parlamento, funzione svolta anche dalla Corte dei Conti e dal Consiglio di Stato.

In particolare il Cnel rispondeva all’esigenza di stabilire un terreno di confronto nel quale l’economia e la politica avrebbero cercato motivi di unione e di comune agire. Il Cnel venne quindi istituito nel 1957, sotto la presidenza di Ruini. Ma una funzione piu’ dinamica venne assunta da Piero Campilli, che cerco’ di conferire all’ente un ruolo piu’ attivo. Tentativo che pure ebbe una certa riuscita negli anni Sessanta ma che poi spinse il Cnel ad un ruolo praticamente marginale tanto che nel 1977 Giulio Andreotti affidò all’ente il compito di autoriformarsi per cercare di dare un senso alla sua esistenza.

La riforma giunse in porto nel 1986, ma venne considerato un tentativo a vuoto, visto che l’organismo non riusci’ a riportare la sua attività agli obiettivi originari. 

fonte: http://www.agi.it/economia/rss

Nessun commento

I commenti sono chiusi.