Nel 2018 le criptovalute consumeranno lo 0,5% dell’elettricità mondiale. E questo è un problema

21 maggio 2018

Moneta virtuale e consumi reali. Minare bitcoin mangia energia. Quanta? Secondo un’analisi di Alex de Vries, economista ed esperto di blockchain, il processo di creazione di criptovaluta oggi consuma 2,55 gigawatt di elettricità. Ma alla fine del 2018 potrebbe schizzare a 7,67 gigawatt. Cioè circa lo 0,5% del consumo elettrico globale e quasi quanto quello di uno Stato come l’Austria. In alcune giornate con “picchi” produttivi, la percentuale potrebbe salire al 5%.

La creazione di bitcoin richiede calcoli complessi. Per completarli, non bastano più dispositivi casalinghi ma vere e proprie “fabbriche” che aggregano capacità di elaborazione. Richiedono però grandi quantità di elettricità, sia per consentire alle macchine di funzionare sia per alimentare i potenti impianti di raffreddamento necessari a tenere bassa la temperatura degli ambienti e dei dispositivi.

Produrre Bitcoin sarà ancora conveniente?

Il tema è ambientale. Ma non solo. La prospettiva di de Vries è soprattutto economica. Se il consumo energetico si moltiplicherà in così poco tempo, vorrà dire che cresceranno con altrettanta velocità le spese di chi “mina” bitcoin, assottigliando così i margini dell’attività. Tradotto: estrarre criptomoneta potrebbe diventare sempre meno conveniente. L’analisi dell’economista non è una condanna. Perché la profittabilità dipenderà dal prezzo futuro di un bitcoin: se aumenterà a un ritmo superiore alle spese, il mining continuerà a produrre guadagni.

E poi ci sono differenze da Stato a Stato. Perché ogni Paese ha un costo dell’energia (e quindi dei processi) differente. Diverse analisi hanno provato a capire quali siano gli Stati più convenienti. In Italia, estrarre un bitcoin costerebbe 10.310 dollari. Cioè già molto di più rispetto al valore attuale della criptovaluta (8300 dollari). In Germania, il costo è ancora superiore (oltre i 14.000 dollari). Altrove, come in Francia (poco sotto gli 8.000 dollari) la produzione rende di più. Ma gli affari migliori si farebbero (tra gli altri) in Cina, Serbia, Bulgaria, Bielorussia, Georgia, Trinidad e Tobago, Zambia. Anche se, per distacco, il Paese più conveniente sarebbe il Venezuela, dove il “costo di produzione” di un bitcoin sarebbe di appena 531 dollari.

Gli effetti collaterali

De Vries sottolinea come, nei prossimi mesi, il “sistema Bitcoin” potrebbe adottare soluzioni capaci di risparmiare energia, come Lightning Network, il protocollo che punta a semplificare le transazioni. “Per il momento però – afferma l’analista – ha un grande problema, che cresce rapidamente”. Senza soluzioni immediate, de Vries ipotizza una possibile deriva. Se la spesa energetica supera i ricavi, potrebbero moltiplicarsi i furti. Cioè gli attacchi informatici che succhiano elettricità e capacità di calcolo dai dispositivi di utenti e grandi organizzazioni per aggregarla e produrre criptomonete.

Un’ipotesi che sembra avvalorata da una recente analisi di F-Secure. Secondo i produttori di antivirus, “l’epoca d’oro dei ransomware” (i malware che bloccano un dispositivo e chiedono un riscatto per “rilasciarlo”) sarebbe finita, anche perché i cyber-criminali hanno preferito virare verso il cryptojacking: software malevoli che non prendono in ostaggio ma violano pc e smartphone per sfruttarli (all’insaputa degli utenti) nell’attività di mining. Gli attaccanti ci guadagnano, tanto non sono loro a pagare le bollette.

 

fonte: http://www.agi.it/economia/rss

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