Come è nata l’idea di economia circolare e quali opportunità offre all’Italia

14 ottobre 2018

Fin da bambina sognava di fare il giro del mondo in barca a vela, a 28 anni ha battuto tutti i record mettendoci meno di 72 giorni e durante questa esperienza ha maturato la consapevolezza che anche le risorse del nostro pianeta, come quelle che aveva stivato in barca per viverci 3 mesi, sono destinate a finire. Esattamente come quello di una navigatrice oceanica, anche il futuro dell’umanità è a rischio se non saprà gestire bene quello che le resta, senza sprecare nulla e cercando di riutilizzare quello che apparentemente non serve più.

È su quella barca, mentre affrontava le insidie degli oceani, che è nata l’idea di “economia circolare” alla quale l’inglese Ellen Macarthur, 42 anni e un vivace sguardo blu in un viso da ragazza, dedica tutte le sue energie attraverso la fondazione che porta il suo nome e che ha sede nell’isola di Wight. Lo ha raccontato, con il grande entusiasmo che la caratterizza e che tantissime personalità e imprese ha convinto nel mondo intero, in questa intervista all’Agi.

Macarthur, che nel 2005 è stata insignita dalla Regina dell’onorificenza di “Dame commander” dell’ordine dell’Impero britannico, ma tre anni dopo anche della Legion d’onore dal presidente della Repubblica francese, non vuole parlare di Unione europea ma non si trattiene, off the record, da un’espressione sconsolata sulla Brexit: “che dramma!”.

Ellen Macarthur, da giovanissima ha coronato il suo sogno di veleggiare solitaria intorno al mondo: in che modo questa sua esperienza è legata al suo attuale impegno, ormai decennale, a favore dell’economia circolare?

“Da quando avevo 4 anni, l’unica cosa che ho desiderato era fare il giro del mondo a vela. Quando poi davvero ci riesci, e prepari una barca per andare in mare per 3 mesi, devi mettere in quella barca tutto quello che serve per la tua sopravvivenza. E quando sei a 2.500 miglia dalla città più vicina, cominci davvero a capire che tutte le risorse che hai intorno a te sono destinate a finire, che sono tutto quello che hai: poi basta. Ho presto trasferito questa nozione di ‘finitezza’ delle risorse provata in barca all’economia globale e ho pensato: le risorse che abbiamo a disposizione sono destinate a finire, ci sono una volta sola nella storia dell’umanità e noi le stiamo sprecando! Non può funzionare a lungo termine. Questo mi ha portato a scavare più a fondo per vedere se si poteva trasformare questo concetto in un successo per l’economia globale”.

C’è stato in questi anni un aumento della consapevolezza e un cambiamento dei comportamenti su questi temi?

“L’idea di economia circolare che si sta diffondendo è quella di un modello economico diverso. Quando abbiamo cominciato (con la Fondazione, ndr) abbiamo cercato di agire come catalizzatori di un’idea nei campi in cui può avere effetti positivi sproporzionati. E anche solo negli ultimi 12 mesi abbiamo visto per esempio che i riferimenti su Google sulla circolarità sono passati da 9 milioni l’anno scorso a 51,8 milioni quest’anno: una crescita esponenziale. Penso che sia causata dal fatto che l’economia circolare rappresenta un’opportunità, significa costruire un’economia resiliente, di recupero e rigenerazione. Significa superare il modello lineare, che per quanto lo si possa rendere efficiente alla fine ti fa cadere nel precipizio. La circolarità permette la creazione di un sistema di recupero e rigenerazione attraverso il design, l’innovazione, attraverso modelli di business diversi, la gestione dei rifiuti e dell’inquinamento. Permette la costruzione di un sistema che rigenera sistemi naturali, che crea più valore per l’attività economica e per i paesi e la creazione di più opportunità di lavoro resistenti alle crisi. Permette, insomma, la costruzione di un sistema completamente nuovo e questo rappresenta una grande opportunità”.

Qual è il potenziale giro di affari e di creazione di posti di lavoro dell’economia circolare?

“Abbiamo prodotto molti studi come Fondazione sulle opportunità economiche dell’economia circolare, e siamo nell’ordine dei trilioni di euro (migliaia di miliardi, ndr). Il valore è creato attraverso una gestione nuova di rifiuti e inquinamento, oltre che cercando di mantenere i prodotti e i materiali in uso il più lungamente possibile e attraverso sistemi naturali rigeneranti. Si crea molto più valore con la costruzione di un sistema rigenerativo piuttosto che spremendo fino all’ultimo le risorse esistenti in un sistema lineare già defunto”.

Negli ultimi anni, anche le grandi imprese si sono impegnate di più su queste esigenze. Qual è il ruolo che possono giocare nella transizione verso una economia circolare?

“All’inizio, quando abbiamo cominciato a dialogare con le grandi imprese, si cercava di capire quale sarebbe stato il loro futuro modello di business. Fin da subito abbiamo coinvolto le imprese, addirittura prima di avere gli studi economici, con l’idea che passare dal sistema lineare a quello circolare avrebbe potuto creare valore anche per loro. Gli studi economici ci hanno dato ragione e le imprese in giro per il mondo hanno cominciato a cercare di capire che cosa il passaggio avrebbe significato per la loro attività, oltre alla riduzione dell’energia da utilizzare.  Si sono messi a studiare il modo in cui sbloccare questo valore potenziale, considerando le relazioni fra i vari aspetti, come si devono adeguare le regole, i settori economici, i consumatori, e come designer e produttori possono lavorare insieme per costruire il nuovo sistema”.

Quali sono i settori economici più coinvolti? Quello dell’energia in particolare?

“Direi che abbiamo avuto dialoghi approfonditi con la maggior parte dei settori nell’economia globale: dalla finanza, alla rigenerazione dei prodotti, alle grandi produzioni industriali, dai servizi alla produzione di materiali, di vestiti, di packaging, all’industria alimentare: tutti questi settori sono interessati a un’economia circolare. Più  recentemente abbiamo cominciato un dialogo anche con il settore agricolo, del cibo e dei materiali biologici: abbiamo conversazioni molto costruttive con imprese attive nella maggior parte dei settori. Quanto all’energia, è ovviamente cruciale per l’intera economia. Penso che quello che pensavo anni fa, che dobbiamo sostituire la nostra domanda attuale di energia con qualcos’altro, perché il carbone non è il futuro del rifornimento energetico, non basta. Osservando il sistema, aggiungo che non dobbiamo soltanto sostituire una fonte di energia con un’altra, perché quando cambi il sistema cambi anche la domanda di energia. Solo per fare un esempio, con la rigenerazione dei prodotti si avrà  una riduzione dei  materiali dell’80% e servirà l’80% di energia in meno, soltanto guardando questo settore. Si tratta di cambiare l’intero sistema e quindi anche la domanda di energia”.

Che cosa pensa della situazione in Italia?

“Credo che in Italia ci siano grandi potenzialità. Il nostro concetto di economia circolare riguarda il design: si tratta di ridisegnare l’economia ricominciando da capo. L’economia deve diventare rigenerativa e i prodotti disegnati per durare a lungo: è una questione di design, e l’Italia fa design. E poi ci sono altri elementi importanti nell’economia dir oltre, come la moda e il cibo, che fanno parte della cultura italiana. Il governo ha fatto passi importanti con il documento sull’economia circolare che ha coinvolto università e attori dell’economia italiana e poi ci sono iniziative come la piattaforma di 5 miliardi che Intesa Sanpaolo ha destinato a sostenere le imprese che vogliono investire nell’economia circolare: una grande opportunità”.

Quali sono i vantaggi per i cittadini?

“Avere un’economia che funziona a lungo termine! L’economia lineare è un rischio gigantesco: le risorse sono in esaurimento e la popolazione mondiale in crescita. Non possiamo continuare a spremere quello che c’è in modo lineare. L’economia circolare è un’opportunità enorme, si tratta di eliminare i rischi dell’attuale gestione lineare, e questo ha un potenziale grandissimo. Realizzarlo è complesso, e ancora dobbiamo capire molte cose, ma il confronto fra i due modelli rende chiaro che ne vale la pena”

Riesce ancora a trovare il tempo di andare a vela?

“Amo farlo e ci andrò per sempre, spero. La differenza è che un tempo lo facevo davanti a un pubblico e ora solo per il mio piacere, che è bellissimo”.

Il record stabilito da Ellen Macarthur fra la fine del 2004 e l’inizio del 2005 di circumnavigazione del mondo a vela, 71 giorni e 14 ore, ha resistito più di due anni prima di essere battuto alla fine del 2007. Da allora la navigatrice ha creato una charity per portare in barca i bambini malati di cancro e, nel 2010, la fondazione che porta il suo nome e promuove la diffusione dell’economia circolare nel mondo delle imprese e dell’economia.

fonte: http://www.agi.it/economia/rss

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